Carmine Crocco brigante

La figura di Carmine Donatelli detto Crocco, famoso brigante lucano che operò tra Basilicata ed Irpinia negli anni tra il 1860 e il 1864, viene ricordata come un vero e proprio simbolo del brigantaggio meridionale postunitario: le affinità tra la sua romanzesca vicenda e le storie di vita di molti altri briganti sono infatti cosi tante da rendere il “caso Crocco” una utilissima guida per un breve viaggio all’interno del fenomeno del brigantaggio nel suo insieme. Partendo dall’esperienza personale e dalle vicende di vita di Crocco cercheremo di capire chi erano e cosa volevano questi uomini, quali situazioni si trovavano ad affrontare, come erano considerati nella mentalità delI’epoca: Crocco ne è solo un esempio, ma un esempio particolarmente illuminante, perché egli vive fino in fondo tutte quelle glorie e quei tormenti che altri briganti sperimentano invece in varia ed alterna misura.

Carmine Donatelli nasce e cresce in ambiente contadino ed è un guardiano di pecore dal lungo naso adunco – che gli è valso appunto il soprannome di “Crocco” – alle prese con furti di cavalli e piccole rapine. E per questo viene condannato nel 1855 a 19 anni di lavori forzati, probabilmente anche per un discusso omicidio forse da lui precedentemente commesso sotto le armi, cui era seguita in effetti la sua diserzione dalla ferma nell’esercito borbonico: ma evaderà dal bagno penale di Brindisi il 13 dicembre 1859. E l’anno successivo, mentre Garibaldi risale la penisola e, il 18 agosto 1860, viene proclamato il Governo lnsurrezionale Provvisorio, il nostro, nel frattempo datosi alla macchia nei boschi lucani, riprende e raffina la sua azione, che ora si compone essenzialmente di sequestri di possidenti e relative richieste di riscatto. Il suo prestigio cresce di giorno in giorno, e cosi il suo seguito: la sua banda, composta in origine di pochi compari, sfiora ora il migliaio di uomini, divisi in varie sottobande guidate da suoi luogotenenti: un vero e proprio esercito di cui Crocco è leader indiscusso.


E’ a questo punto che la vicenda sociale del brigantaggio si intreccia con quella politica: Crocco e compagni decidono di porsi inizialmente al servizio del governo insurrezionale filosabaudo, combattendo per esso al Volturno. È stato loro promesso, in caso di vittoria, il perdono dei crimini precedentemente commessi. Ma la promessa non verrà mantenuta e cosi i briganti si schiereranno ben presto con la fazione opposta, passando 
al servizio della bandiera borbonica. Così il battaglione di Crocco, sotto il comando di due ufficiali, lo spagnolo Borjes e il francese De Langlais, inviati da Francesco Il con l’incarico di organizzare la controrivoluzione, anima ora le numerose insurrezioni che scoppiano nell’area appenninica a cavallo tra Lucania e Campania. Sono momenti drammatici dell’esordio dell’unità d’ltalia, che dalla primavera all’autunno del 1861 vedono infiammarsi, tra gli altri, i paesi di Lagopesole, Ripacandida, Venosa, Lavello, Melfi, Barile, Monteverde, Aquilonia (allora Carbonara), Calitri, Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, San Fele, Ruvo, Trivigno, Craco, Aliano, S. Chirico Nuovo, Vaglio, Bella, Balvano;  Crocco proseguirà poi, in autonomia con i suoi, le sue incursioni in zona per tutto il biennio successivo.

Ma neanche i nuovi alleati si cureranno infine dei briganti: quando Crocco, stanco di tante battaglie, decide di deporre le armi e fa ingresso Carmine Crocco brigantenel Regno Pontificio chiedendovi asilo il 24 agosto 1864, il deposto re di Borbone, da tempo rifugiatosi e residente in Roma, non alzerà un dito per aiutarlo e lascerà anzi che venga di nuovo arrestato. Dopo una spola di anni tra Civitavecchia e le carceri francesi di Parigi e Marsiglia, nel 1872 Crocco viene consegnato alla giustizia italiana, e tradotto prima presso il carcere di Avellino, poi a Potenza, per esservi processato dal locale Regio Tribunale. Lo si accusa, stando alla somma delle singole imputazioni, di ben 75 omicidi e di un numero imprecisato di furti, rapine e sequestri di persona: viene inizialmente condannato a morte, ma la pena verrà poi commutata in quella dei lavori forzati a vita.

Ed è proprio la documentazione di questo singolare processo a darci delle utili indicazioni sulle reali e specifiche connotazioni sociologiche e criminologiche del brigantaggio meridionale postunitario: il linguaggio duro e stigmatizzante della requisitoria del Pubblico Ministero non riesce infatti a celare l’evidenza di come l’opera criminale perpetrata, in realtà altro non fosse che una rozza forma di quello che oggi potremmo definire esproprio proletario. Gli attentati infatti sono assai spesso rivolti più contro la proprietà che contro le persone; e, per quanto si tenda a porre in rilievo, nel corso della lunga sequela di imputazioni, che le vittime sono state colpite per pura e semplice bestiale ferocia, risulta invece palese, ad una lettura critica, come esse invece fossero il logico bersaglio – nella loro privilegiata condizione di ricchi latifondisti alleati del governo sabaudo – di una giustizia fatta di vendetta generalizzata.

Vera e propria guerra contadina, quindi: e ne abbiamo conferma dal modo in cui ad esempio viene riportato agli atti l’episodio dell’invasione del paese di S. Chirico Nuovo. Qui infatti gli inquisitori inconsapevolmente convengono che: “poiché quasi tutti i proprietari si trovavano fuori del paese, i malfattori vi si trattennero per due ore soltanto, depredando armi e viveri alla povera gente”. Viene presentata come ulteriore infamia, questo “depredare la povera gente” dopo che i padroni sono fuggiti. Ma intanto si legge chiaramente tra le righe quanto debba essere stato blando tale accanimento nel saccheggio, se un intero paese ha meritato sole due ore d’attenzione: vale a dire giusto il tempo di informarsi che i notabili sono assenti, rifornirsi alla svelta e ripartire immediatamente.


Perché i poveracci non sono mai un obiettivo del brigante. E d’altronde Crocco nell’interrogatorio attribuisce spesso la responsabilità delle razzie all’avidità degli stessi paesani, tentati dalla grassa, imprevista occasione di poter fare sciacallaggio impunemente; e ciò non è da realisticamente affatto da escludersi. l briganti se la prendono piuttosto con le sedi delle strutture amministrative sabaude dei paesi: la Pretura, la Ricevitoria del Registro e Bollo, il Municipio, “i nostri eterni nemici”, come li chiama Crocco. E’ lì che bisogna colpire, perché vengano meno le stesse condizioni materiali dello sfruttamento del contadino: la rabbia 
e la rivalsa del bracciante senza terra si esplica così.

Ma Crocco non era socialista, e non lo diventò neanche nella vecchiaia; neppure dopo di aver imparato in carcere a Ieggere e scrivere. Esattamente come non doveva essersi mai fatto soverchie illusioni sul reale valore che i suoi “amici” prima garibaldini e poi borbonici avrebbero alla lunga dato alle loro provvisorie alleanze con i briganti. Nel verbale d’interrogatorio dichiara infatti: “Se qualche volta io mi sono trovato implicato in simili reati in pregiudizio di coloro che appartenevano al partito borbonico, ciò è avvenuto perché essi stessi, per allontanare a loro carico e far credere al mondo che non erano amici dei briganti, mi mandarono più volte a pregare di commettere qualche danno sulle loro proprietà”.

C’era ben da essere scettici, dunque. Ed anche a proposito del suo precedente abbandono delle fila garibaldine, nonostante la promessa di un processo in cui “si sarebbe tenuto conto dei servigi prestati”, anche qui Crocco asserisce: “Non essendoci stata attenuta la prima promessa (quella cioè del perdono) noi non credemmo alla seconda”. E la sua triste vicenda giudiziaria confermerà in pieno tutti questi sospetti.Carmine Crocco brigante

La sperequazione della struttura di classe del Regno delle Due Sicilie, confermata ed anzi accentuata dal fallimento del tentativo di riforma agraria operato dal governo sabaudo, conferisce un ideale di solidarietà interna dei contadini, che dai briganti si sentono rappresentati e difesi. La loro situazione di indigenza è rimasta infatti invariata, nel mentre il latifondo è stato di fatto ridistribuito dalla nobiltà alla ricca borghesia, e dunque ora essi, vistasi ogni possibilità di gestione della piccola proprietà ostacolata dall’assenza di aiuti e garanzie, sono stati quasi immediatamente costretti a dover rivendere ai proprietari, nelle mani dei quali il latifondo è tornato così presto a ricostituirsi. Sotto lo scotto di quest’ennesima beffa, il brigante si erge perciò a vero paladino del contadino, a vendicatore della miseria e delle ingiustizie secolari che Ii opprimono insieme. E come tale va incoraggiato e aiutato.

Ciò spiega le enormi difficoltà di repressione di una rivolta che affonda le sue radici nelle condizioni di vita di un’intera popolazione, arrivando alla legge marziale ed alla barbara pratica delle fucilazioni di massa, con atrocità di proporzioni tali da indurre ad un paragone con il coevo eccidio degli indiani d’America. E non sono parole degli storici odierni: si tratta di un giudizio espresso addirittura da una fonte ostile, quale avrebbe dovuto essere la sconcertatissima Commissione Parlamentare d’lnchiesta sul Brigantaggio nelle Province Meridionali istituita in quegli anni. Crocco in effetti è uno dei pochissimi briganti cui la sorte concesse la singolare fortuna di un regolare processo invece della fucilazione sul campo.

Intere truppe sono contrapposte, in una sostanziale guerra civile, a bande brigantesche di migliaia di uomini; della stessa consistenza, tanto per dare un’idea, di uno qualunque dei tanti paesi che sono il teatro delle stragi. E la gente di campagna vive la rivolta al fianco dei briganti in una mobilitazione di massa ed un processo di identificazione quale ormai da tempo non si realizza più. Neppure nei casi in cui l’azione sovversiva colpisca, come fu allora, lo stesso sistema di valori dominante attraverso gli attentati alla proprietà; i quali trovano invece oggi proprio nelle componenti più povere della società l’esecrazione più profonda.

Il tutto mentre in Parlamento, se si escludono pochi spiriti illuminati, si discuteva del fenomeno soltanto come delinquenza gratuita o, al più, risultato esclusivo delle mira eversive della reazione.

Certo, il contesto border line in cui il brigante si muove è indubitabile. E a questo proposito è interessante rilevare, neIl’interrogatorio, una gaffe dell’imputato, che prima confessa di aver organizzato nella sua vita uno ed un solo sequestro di persona (tutti gli altri sarebbero state spontanee elargizioni) e poi, successivamente, fa riferimento en passant ai “sequestri” – usando il plurale – da egli compiuti in un dato periodo, ed inoltre mai nega, e anzi spesso ribadisce, come l’indoIe delle sue bande non fosse certo incline all’ordine e all’onore. Eppure i generali borbonici, si lamenta Crocco, consideravano i briganti nient’altro che ladroni dell’infima specie, e come tali li apostrofavano, pur servendosene.

Non che avessero del tutto torto: quello della disciplina sostiene Crocco essere stato il più grande problema incontrato nel suo ruolo di capo, sì da venire a suo dire costretto proprio dall’impossibilità di farsi obbedire alla risoluzione di deporre le armi e rifugiarsi a Roma. Ma queste ed altre considerazioni, unitamente al racconto di alcuni omicidi e vendette particolarmente efferate, che pure fanno parte di un certo tipo di cultura contadina, tanto più di fine Ottocento, non autorizzano l’operazione discriminatoria di cui si fece autrice la neonata giustizia italiana.

Questo della criminalizzazione è un tema che riveste peculiare interesse, legato com’è alla storia ufficiale del brigantaggio, alla sua caratterizzazione indotta di nemico esterno, alla individuazione che di esso si fece come capro espiatorio funzionale all’affermazione del nuovo regime ed al guadagno del consenso necessario alla sua sopravvivenza. Indubbiamente le teorie scientifiche dell’epoca, e cioè quelle positiviste e lombrosiane, ebbero la loro gran parte nella costruzione dello stereotipo del brigante quale veniva presentato dalla stampa al pubblico del Nord Italia e delle grandi città meridionali: tant’è che proprio un altro brigante, Cipriano La Gala, viene assunto a dimostrazione vivente delle stesse. Si riscontrano nella costituzione fisica e facciale del La Gala precisi caratteri scimmieschi, sicuro indice di arresti evolutivi congeniti, congenita pericolosità ed irrecuperabilità sociale del soggetto in esame, secondo le assurde teorie del Lombroso.

Il profilo di questi uomini ufficialmente diffuso poneva con forza l’accento sui reati di sangue; che abbiamo visto non essere in realtà che reati accessori o di reazione e che invece risaltano sempre in primo piano fino a qualificare agli occhi del pubblico ignaro ogni brigante come un mostro, una costante minaccia per la società nel suo complesso più che per le classi abbienti: Crocco, lo abbiamo detto, è accusato di settantacinque omicidi, che sono per lo più l’inevitabile prezzo di vittime dei molti scontri a fuoco sul campo, e non certo crudelissimi assassinii. E quanto alle efferatezze realmente commesse, come ad esempio quelle, citate nel verbale d’accusa, delI’uccisione a freddo di un vecchio che al suo passaggio si era rifiutato di interrompere il lavoro dei campi per rendergli omaggio, o di due prostitute che gli avevano rubato pochi quattrini, ad esse viene significativamente dato negli atti un risalto di alcune pagine con gran dovizia di particolari, contro le poche righe dedicate alle insurrezioni dei paesi o agli scontri con l’esercito.Carmine Crocco brigante

Altro cliché è quello dell’irrecuperabilità: si insiste sul fatto che molti briganti, tra cui anche Crocco, sono degli evasi e dunque dei recidivi senza possibilità alcuna di ravvedimento. Tutte queste arbitrarie classificazioni ebbero una grossa parte nel condizionamento dell’opinione pubblica; i briganti combattevano una guerra già persa in partenza anche nell’immagine, tanto più quando li si faceva risultare, come se tutto li resto non bastasse, fiancheggiatori della reazione e del vecchio regime, al quale erano altrettanto estranei, e che pure Ii usava senza scrupoli e con molta diffidenza, stando alle impressioni di Borjes su Crocco: “Non capisco quest’uomo: è cosi avido di danaro…”.

Ci fa piacere concludere ricordando una delle ultime massime di Crocco, raccolta durante una intervista in carcere: densa di saggezza popolare, essa riassume per noi parte del senso della battaglia del brigante, e dice: “il brigante è come la serpe: se non la stuzzichi non ti morde”.