Nel centro storico di Montemarano c’è un luogo che attraversa i secoli senza perdere il suo fascino. È la Cripta romanica della Cattedrale. Uno scrigno di arte e spiritualità che racconta la lunga storia del borgo e della sua comunità.

Scendendo dalle scale ricavate all’esterno delle navate laterali, ci si ritrova in un ambiente sospeso. Due navate divise da sei sottili colonne. Volte a crociera che si slanciano verso l’alto. Giochi di luce e ombra che addolciscono la severità delle linee romaniche. Restaurata nel 1984 e riaperta al culto l’anno seguente, la cripta è ancora oggi una vera oasi di raccoglimento spirituale.

Gli affreschi che raccontano la devozione popolare

Qui, sull’abside centrale, si trovano i due affreschi che rendono la cripta di Montemarano un piccolo scrigno d’arte medievale. Si tratta di “Giovanni, vescovo di Montemarano” e “San Nicola di Bari ed il Fanciullo Coppiere”. Entrambe le opere sono datate tra l’XI e il XII secolo.

Secondo gli studi del prof. Riccardo Sica, autore del volume Gli affreschi della cripta di Montemarano (Sellino e Barra Editori, 1996), queste opere nascono in un momento delicato per l’arte bizantina. L’epoca era segnata dalla crisi seguita alla caduta di Costantinopoli. Ne deriva un linguaggio pittorico più semplice e popolare, con volti più naturali e umani.

Questa fu una scelta che avvicinò profondamente la comunità montemaranese alla fede, lontana dall’essere un limite espressivo. Non arte per pochi eletti, dunque, ma immagini pensate per parlare al cuore della gente. L’obiettivo era divulgare la religiosità popolare attraverso il chiaro racconto per immagini.

L’affresco di San Nicola narra un miracolo carissimo a tutto il Sud Italia. Rappresenta la liberazione del giovane coppiere per intercessione del Santo, dopo essere stato prigioniero di un tiranno crudele. L’altro affresco raffigura invece San Giovanni, vescovo e patrono di Montemarano, la cui vita ha segnato profondamente la comunità.

A lui si deve, secondo la tradizione, l’aver fermato le prime invasioni normanne, trasformando Montemarano in un’oasi di pace. Le sue reliquie riposano ancora oggi nella cripta. Sono poste in un’urna devotamente custodita sotto l’altare marmoreo.

Il passaggio di San Francesco a Montemarano e un miracolo diventato arte

Montemarano fu, secondo il prof. Sica, tappa del cammino di San Francesco d’Assisi. Qui il Santo avrebbe compiuto il celebre “Miracolo della donna morta di Montemarano”. La donna resuscita per un istante, ottenendo il tempo necessario a confessarsi e mettere in pace la propria anima.

È un episodio così potente da essere immortalato secoli dopo da Giotto negli affreschi della Chiesa Superiore di San Francesco ad Assisi. Questo è un filo meraviglioso che lega per sempre un piccolo borgo irpino a uno dei capolavori assoluti dell’arte italiana.

Il vino come segno sacro e di comunità

C’è un dettaglio che racconta quanto il vino sia radicato nell’identità di Montemarano fin dal Medioevo. Tra i miracoli attribuiti a San Giovanni in vita, uno lo vede alleviare la fatica dei contadini sulle rive del Calore. Lo fece offrendo loro proprio un sorso di vino.

È un gesto semplice, ma straordinariamente carico di significato. Il vino è visto come dono, come sollievo e come segno di comunità. Accade in una terra che ancora oggi produce uno degli Aglianico più autentici d’Italia. Le colline irpine si estendono tra i 400 e i 700 metri. Con la loro vendemmia tardiva e i suoli argillosi e vulcanici, regalano da secoli un vino austero e longevo, considerato il fratello più giovane del celebre Taurasi DOCG.

Scopri l’Irpinia tra cammini e cantine

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